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Orlando Mascia e le sue launeddas PDF Stampa E-mail
Scritto da ReMinore   
Domenica 15 Novembre 2009 18:05

Abbiamo con piacere incontrato Orlando Mascia al Festival di Musica e Cultura Tradizionale "La zampogna" di Maranola. Le sue launeddas hanno riempito di emozioni musicali le strade antiche del piccolo paese arrampicato alle spalle di Formia, che ogni anno ci regala tre giorni di bella musica popolare, autentica e profonda.
E Mascia è un portatore solido e rappresentativo della tradizione. La sua Sardegna si accende e dilaga fin dalle prime note: dove Mascia suona, il resto è silenzio. Il pubblico è attento e stupito dal potere evocativo della sua musica, e di uno strumento così misterioso e suggestivo.
Ma durante il seminario del venerdì questo artista dall’umanità diretta e sincera è riuscito anche a catturare la simpatia della platea attraverso aneddoti e curiosità, tutto intorno alle launeddas, ancora poco conosciute al grande pubblico, ma provenienti da una storia antica e strettamente intrecciata al territorio. Come egli stesso ricorda all’inizio dell’incontro, già un bronzetto nuragico risalente a circa 2700 anni fa ne rappresenta un suonatore.
L’unico materiale utilizzato per produrre il suono è una canna. La sua scelta si serve di una sapienza tramandata di generazione in generazione. Anche la raccolta, la conservazione e la lavorazione sono il frutto di una antica arte ed hanno bisogno di un’esperienza lunga e accurata. Ogni strumento ha una sua storia, pensate che per ottenere la stagionatura ideale di una canna si possono aspettare anche 20 anni! Orlando Mascia costruisce e suona launeddas fin da quando era bambino: a 12 anni, iniziò a studiare lo strumento con il maestro Pietrino Murtas. Ci racconta che la passione ha fatto il resto, aggiungendo alla tecnica la ricchezza dell’interpretazione. Perché le launeddas sono un mondo, e ognuna di esse ne racchiude altri, per tonalità, particolarità e personalità musicale di ogni singolo pezzo dove anche i fori, la distanza tra i nodi, la fibra vegetale sono unici e originali. Non potrebbe essere altrimenti per uno strumento interamente costruito a mano, legato con spago e pece, tradizione forse ereditata dai ciabattini, che usavano appunto il materiale a loro disposizione. La personale scelta dell’ancia completa l’esclusivo rapporto del musicista con su tumbu, sa mancosa e sa mancosedda (le tre canne che compongono le launeddas), così che ciascun brano eseguito ha qualcosa che lo rende irripetibile.
Ma durante il seminario scopriamo altri virtuosismi inaspettati di Mascia che suona di seguito delle launeddas che lui stesso ha ricavato da tibie di fenicottero ( “gia morto!” ci tranquillizza), "su sulittu" (piccolo flauto di canna), una "trunfa" (scacciapensieri) e anche "sa bena cun corcoriga" (una mancosedda terminante con una piccola zucca aperta). A questo punto, mostrandocela, esclama: “Beh, è come avere una Ferrari (le launeddas) e andare in giro con una 500, ma ci proviamo!”. Comunque l’effetto sonoro è stupefacente, da ogni strumento emergono suoni straordinari, a cui si aggiunge, alla fine, quello dell’organetto, che conclude piacevolmente l’incontro. Ma Mascia ci riserva ancora una piccola sorpresa finale: tira fuori bicchieri e cannucce, e sfida tutti i presenti a provare la respirazione circolare, quella senza la quale non è possibile suonare le launeddas. Si tratta di produrre un soffio ininterrotto, continuando ad espirare anche mentre si inspira (!). Come si fa a capire se ci siamo riusciti? Nel bicchiere, riempito a metà con l’acqua, si devono vedere bollicine che non si fermano mai. Il premio? La sostituzione dell’acqua semplice con l’abbardente, acquavite sarda che in onore al suo nome scalda gli animi e il cuore, e consolida la simpatia per un artista che aveva già tutta la nostra stima.

Ultimo aggiornamento Domenica 15 Novembre 2009 18:14